Anoressia - Bulimia

 

anoressia-bulimia

 

Negli ultimi anni si è molto parlato di Anoressia (il rifiuto patologico del cibo) e Bulimia (tendenza a mangiare ossessivamente seguita da eventuali condotte di espulsione del cibo), malattie-simbolo della società odierna, così detta “del benessere”, in cui i mezzi di comunicazione di continuo elevano la magrezza a status symbol, esaltato senza sosta da moda e campagne pubblicitarie.

I disturbi dell'alimentazione sono in aumento nei paesi occidentali anche a causa della corsa al fitness e delle nuove diete che arrivano da oltre oceano e che spesso, sebbene prive di ogni fondamento scientifico, si impongono come il rimedio miracoloso del momento e spopolano con gravi rischi per la salute di chi le segue.

Questi condizionamenti trovano terreno fertile sui giovanissimi che vivono già una fase critica, quella dello sviluppo adolescenziale, in cui devono fare i conti con cambiamenti evidenti del loro corpo, spesso difficili da accettare e fonte di disagio.
Due milioni sono infatti i giovani colpiti. Secondo un recente rapporto Eurispes in Italia sono circa due milioni i giovani di età compresa tra i 12 e i 25 anni che soffrono di disturbi alimentari. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne: circa il 5% delle giovani tra i 12 e i 35 anni soffre di anoressia o bulimia, ma l’incidenza sta salendo anche tra le quarantenni e tra gli uomini.
La caratteristica essenziale comune all’anoressia nervosa e alla bulimia nervosa è la presenza di un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.
L’anoressia si manifesta attraverso una repulsione ossessiva nei confronti del cibo, che nei casi più gravi genera uno stato di malnutrizione tale da provocare la morte del soggetto. Questo rifiuto si accompagna però ad un continuo rimuginare (anche’esso ossessivo) riguardo al cibo e ad una progressiva restrizione relativa anche ad altri aspetti della vita (amicizie, interessi, relazioni amorose).
La bulimia, al contrario, consiste in un’incontrollabile necessità di ingerire grandi quantità di cibo, per poi rigettarlo, attraverso le cosiddette “condotte di eliminazione” (quali il vomito auto-indotto o l’utilizzo eccessivo di  purghe o di altri farmaci), per prevenire aumenti di peso e liberarsi dal senso di colpa indotto dalle abbuffate. Diversamente dai soggetti anoressici, le bulimiche tendono perciò a mantenere un peso normale così che diventa più difficile accorgersi del loro disagio, ma le modalità di ingestione ed eliminazione del cibo che utilizzano hanno sul fisico conseguenze gravi quanto quelle provocate dal digiuno forzato e continuativo dei soggetti anoressici, a causa del continuo transito degli acidi che danneggiano l’esofago e lo smalto dei denti, e alla carenza di calcio e di altri sali minerali.
Inoltre la bulimia esordisce in età più avanzata, dopo i 18-19 anni, anche se, negli ultimi anni si è osservata una progressiva sovrapposizione tra le due malattie, poiché frequentemente accade che soggetti inizialmente anoressici con il passare del tempo diventino bulimici o viceversa.
È importante sottolineare che tali patologie non nascono da un disturbo dell’appetito, poiché il soggetto anoressico continua ad avere fame e a desiderare il cibo come e più di prima, ma decide di privarsene, negando questo bisogno nel tentativo di correggere l’immagine distorta che ha del proprio corpo che percepisce come inadeguato e, in particolare, costantemente in soprappeso.
Numerose sono le teorie proposte per spiegare le origini dei disturbi dell’alimentazione, dalle cause famigliari alle ipotesi sulla predisposizione genetica, per arrivare, immancabilmente, ad interpretare anoressia e bulimia come conseguenza e metafora del rapporto distorto dell’uomo moderno con il cibo ed il proprio corpo, come sintomi di un disagio interiore.
Anoressia e bulimia sono dunque il sintomo di un disagio interiore. Sono modi di esprimere attraverso il cibo e il corpo un malessere che non è possibile comunicare con le parole. L’anoressia e la bulimia parlano di molto altro: di ragazze insicure, che si sentono inadeguate nei rapporti interpersonali, incapaci di affrontare le difficoltà della vita e di rispondere alle aspettative, spesso contraddittorie, della società che chiede loro di avere successo come donne libere e indipendenti e contemporaneamente di ricoprire i ruoli più tradizionali di moglie e di madre. Parlano di adolescenti spaventate della loro femminilità emergente (che i cambiamenti del corpo mettono in evidenza) che rimanda ad una sessualità vissuta come elemento minaccioso da allontanare e da combattere. Le ragazze esercitano, così, sul cibo e sul corpo quel controllo che sentono di non poter avere sulla propria vita. Decidono di non cedere più al bisogno di nutrirsi (e a nessun altro bisogno o desiderio fisico), allo scopo di cancellare dal proprio corpo i segni della femminilità.
Anoressia e bulimia ci parlano, infine, inevitabilmente, delle famiglie in cui queste ragazze sono cresciute, caratterizzate da alcuni aspetti ricorrenti, quali l’assenza di un autentico rapporto d’amore tra i due genitori e la presenza di madri intrusive o dominanti, totalmente assorbite dal loro ruolo di madre al punto da dimenticare la propria identità di donne. Sono famiglie incapaci di affrontare il cambiamento, in cui viene attribuita grande importanza al successo personale e all’aspetto fisico e la crescita della figlia, il suo diventare donna si scontra con l’incapacità dei suoi genitori di accoglierla e accettarla come una persona a sé stante, impedendole così di sviluppare una sua identità autonoma.
Le cause dell’anoressia-bulimia sono tante quante sono le donne ammalate. Proprio per questo la cura, lungi dal consistere semplicemente nel ripristino di una corretta alimentazione, inizia con il concedere, al soggetto anoressico o bulimico, uno spazio adeguato per comunicare questo malessere e comprenderne le radici. Per interpretare il significato di quella domanda che attraverso la sua malattia ha rivolto a chi lo circonda.
Spesso come fattore scatenante della malattia vi è un accadimento doloroso, indipendente dalla propria volontà, come la morte di un caro, una separazione, un rifiuto o un abbandono amoroso oppure un incidente o una malattia che lascino dei segni, al fisico o all’anima. A tale evento si reagisce uvberndo un devastante senso di impotenza e di fragilità, che si tenta a tutti i costi di combattere, controllando rigidamente una delle poche cose che si può domare: il proprio istinto naturale ad alimentarsi. Ci si illude, così, di “avere la situazione in pugno”, mentre, in realtà, ci si priva semplicemente delle forze indispensabili per affrontare la vita.
A determinare l’insorgenza, in alcuni casi, concorrono anche dei fattori che potremmo definire “familiari” e “sociali”. In proposito, è sicuramente negativa la chiusura al dialogo e l’eccessivo rigore da parte di familiari (soprattutto madre e padre) o di amici: esprimere le proprie emozioni e sentirsi capita e amata, infatti, è, si ribadisce, la vera via di fuga dalla malattia in esame.

 

Quale Terapia?

Per quanto riguarda le terapie psicologiche, negli ultimi decenni si stanno sperimentando, con ampi margini di successo, numerose forme di sostegno per i soggetti colpiti da un disturbo psicogeno dell’alimentazione. Tra le principali terapie psicologiche, che, a seconda delle esigenze del malato, possono essere seguite a livello domiciliare, ambulatoriale oppure ospedaliero, sono da sottolineare la psicoterapia individuale, la psicoterapia familiare e la psicoterapia di gruppo.
Merita un particolare plauso una terapia recentemente scoperta e che viene sempre più valorizzata: la partecipazione a uno dei numerosi gruppi di “auto-mutuo-aiuto”. Quest’ultima terapia consiste nella condivisione con gli altri dei propri stati emotivi e del proprio vissuto, grazie anche all’intervento di un soggetto terzo che svolge la delicata funzione di “moderatore” o, meglio, di “facilitatore”, considerata la tipica difficoltà degli anoressici di aprirsi al mondo esterno. I gruppi di “auto-mutuo-aiuto” si stanno diffondendo in molte città italiane e perfino in internet si stanno implementando siti appositi, dotati di community e simili strumenti che permettono un dialogo che, proprio perché “virtuale”, è accettato dal paziente con minore disagio.

 

Criteri Diagnostici

 

  1.  Anoressia nervosa

Amenorrea (assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi); rifiuto di mantenere il peso corporeo normale minimo (in genere è di 15-12 kg in meno, al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto, con dimagrimento repentino iniziato da almeno 5 mesi a causa di una dieta ferrea); intensa paura di ingrassare; alterata percezione dello schema corporeo che influisce eccessivamente sull’autostima; rifiuto di riconoscere la condizione di sottopeso. Un altro aspetto spesso presente è il lavarsi fino a scorticarsi e la fissazione di mandare via lo sporco. Predominano condotte ossessive legate al cibo (per esempio nascondimento, sminuzzamento) e domina l’eccessivo investimento sullo stesso (per esempio, ne parla sempre). Tendenza a effettuare sforzi fisici, corse e vari esercizi ginnici nella convinzione che tali comportamenti facilitino l’espulsione del cibo.
Se ne specificano due sottotipi:

  • Con restrizioni → il soggetto si limita a ridurre l’assunzione di cibo senza adottare condotte espulsive come vomito, purganti, diuretici e senza abbuffate;
  • Con abbuffate/condotte di eliminazione → il soggetto, oltre a procedere nella drastica, sistematica e meticolosa riduzione di cibo si dedica anche alle abbuffate seguite da condotte di eliminazione (vomito, clisteri, purganti, diuretici, …).

 

  2.  Bulimia nervosa

Ricorrenti episodi di abbuffate e modalità inappropriate (condotte compensatorie) per smaltire ed espellere quanto ingurgitato al fine di evitare l’aumento di peso (vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici o vari altri farmaci, eccessivo esercizio fisico, diete troppo rigide o addirittura digiuni). Le abbuffate avvengono in un periodo definito di tempo (per esempio ogni due ore) in cui il soggetto uvber un impulso irrefrenabile a divorare il cibo, mangiando molto più del normale. Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano almeno due volte la settimana per almeno tre mesi. L'autovalutazione della persona è fortemente condizionata dal peso e dalla forma del corpo. Il soggetto può, talvolta, avere un peso corporeo normale che trae in inganno l’osservatore.
Se ne specificano due sottotipi:

  • Con condotte di eliminazione → il soggetto si autoprovoca il vomito e/o usa in maniera inadeguata enteroclismi, lassativi, diuretici o altri farmaci;
  • Senza condotte di eliminazione → il soggetto alterna comportamenti come il digiuno e l’esercizio fisico esagerato senza però praticare regolarmente le condotte espulsive (vomito, enteroclismi, lassativi, diuretici, …).